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La facilità con cui possiamo oggi ricevere e trasmettere rapidamente informazioni ci permette di avere subito un primo quadro delle caratteristiche tipiche della malattia che si sta cominciando a diffondere, di quali sono i sintomi più frequenti, le complicanze che possiamo aspettarci e i loro meccanismi fisiopatologici. Poi inizia il lavoro giornaliero con i pazienti: per ogni caso che incontriamo raccogliamo accuratamente tutti i sintomi per arrivare, come facciamo abitualmente anche nel trattamento costituzionale, al rimedio più adatto a quel singolo paziente. Accadde poi, nelle epidemie, che dopo aver trattato diversi casi, anche solo quattro o cinque, ci rendiamo conto che tutti presentano alcune caratteristiche comuni, per esempio un certo tipo di mal di testa o di tosse o altro. Catalogando tutti i sintomi ed attribuendo a ciascuno un “punteggio” di frequenza arriviamo generalmente a una rosa di pochi rimedi che ben si adattano al “grande paziente” e fra i quali probabilmente troveremo il rimedio efficace per la maggior parte delle persone che si presenteranno nei giorni e nelle settimane successive. Ogni nuovo caso pertanto beneficerà del lavoro già fatto e contribuirà ad arricchire il nostro arsenale terapeutico facendo magari emergere nuovi rimedi che in una prima fase si intravedevano appena. Nello stesso tempo si verificano i risultati delle prescrizioni già fatte che ci permettono di rinforzare o modificare la scelta dei rimedi individuati nella primissima fase.
La  nostra costituzione psicobiologica naturalmente modula il modo in cui ciascuno di n oi si ammala, pertanto, nei limiti del possibile, se ne terrà conto nella scelta del rimedio per ogni singolo paziente.
Quando si dimostra che uno o più rimedi fra quelli prescritti nella fase iniziale dell’epidemia hanno avuto indiscutibile efficacia curativa, questi possono anche essere usati nei soggetti sani come preventivi. In generale per questo uso si terrà conto della costituzione del paziente, ma sulla metodologia precisa e sulla scelta delle diluizioni ogni medico omeopata ha la sua personale esperienza e filosofia, per cui non si possono dare regole generali ed è meglio evitare il “fai da te”.
La guarigione clinica della malattia implica una fase di convalescenza il cui trattamento è importantissimo per evitare che vi siano sequele persistenti e per rimettere il paziente in condizioni di piena salute, e in questo passaggio critico l’omeopatia può fare davvero molto anche per quei soggetti che sono stati trattati con i farmaci della medicina convenzionale e che spesso non riescono a riprendersi.

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